Cola di Rienzo – Non solo una via di Roma

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L’ultimo tribuno romano

Tutti quelli che conoscono un po’ Roma, che ci vivono o viaggiano per le sue bellezze, non potranno di certo non conoscere Via Cola di Rienzo. Nota arteria che attraversa Prati fino a raggiungere le Mura Vaticane, in molti si saranno chiesti, come spesso accade, da dove questa via prende il nome.

Cola di Rienzo è un personaggio storico di notevole importanza il cui nome originario era Nicola di Lorenzo Gabrini. Ma chi era veramente? Cola di Rienzo è stato uno studioso romano che nel tardo medioevo ricoprì il ruolo di tribuno.

Nato nel 1313 nel Rione Regola in una casa probabilmente collocata all’altezza del Ponte Rotto, era un giovinetto molto intelligente e curioso, appassionato all’arte e alle bellezze capitoline, ma mai distante dalle realtà del suo tempo. Dopo grande impegno e studio divenne notaio e ambasciatore di Roma ad Avignone. Tornò a Roma nel 1344 per ricoprire diverse cariche amministrative presso lo Stato Pontificio.

Un compito difficile

Dotato di grandi capacità oratorie, riuscì ai coinvolgere nelle problematiche della città anche i romani analfabeti, facendosi comprendere con un linguaggio semplice e diretto: il suo obbiettivo era riportare una Roma dilaniata da Papi e Baroni alla condizione ottimale di Comune, dotato di ordinamenti e risorse proprie che non dipendevano dal papa in carica e governato da rappresentanti eletti dal popolo.

Per manifestare espressamente la sua volontà e la sua dedizione verso una Roma sana, appena salì al Campidoglio vi fece realizzare un affresco; nel bel mezzo di una tormenta marina, Roma affogava lentamente e sofferente, vestita a lutto circondata da donne decedute, emblema delle altri grandi civiltà crollate sotto il pressante dominio di avidi padroni. Purtroppo un messaggio così velato a pochi era comprensibile, data la fattezza aulica della narrazione figurativa.

Il programma civico di Cola di Rienzo prevedeva un forte ribaltamento della situazione attuale di Roma; egli voleva infatti:
• creare rapporti di collaborazione tra i baroni di Roma e le città vicine
• applicare la legge del taglione anche in caso di violenza privata
• che le vie pubbliche, i ponti, le porte non siano di appartenenza dei baroni, ma del popolo
• i baroni hanno il dovere di tenere le strade sicure

Si tratta di principi importanti e sani che avrebbero portato solo allo sviluppo della città e rappresentava l’antitesi di quello che era diventata Roma.

Il programma esaltò il popolo romano mentre, com’era prevedibile, provocò l’immediata e rabbiosa reazione dei baroni. Questi però, a causa dei loro disaccordi e dello spirito competitivo che da sempre li accompagna e caratterizza, non riuscirono in alcun modo a far fronte comune contro i ribelli; vennero subito messi alle strette dal popolo, alcuni fuggirono e tutti furono costretti a lasciare al popolo i ponti di cui si erano autoeletti proprietari.

Come però troppo spesso accade, il potere, il successo e la grandezza conducono l’uomo alla follia: si autoproclamò cavaliere e arrestò i Colonna, i primi baroni che si ribellarono. Essi per vendetta iniziarono ad organizzare scorrerie contro Roma e il suo popolo che non sostenne più il tribuno. Cola si rifugiò al Campidoglio ma i romani lo inseguirono; lo stesso popolo che pochi anni prima lo aveva esaltato e diverso ora lo braccava, bruciò le porte del Campidoglio e lo uccise a pugnalate. Secondo leggenda il suo corpo fu esposto fuori casa dei Colonna per due giorni.

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